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MA LOUTE: lotta di classe a morsi tra pescatori e nobili nella baia dei porci con le ali

Riccardo Tavani

Il vero personaggio di questo film è il tratto di costa frastagliato, più a nord ancora della Normandia, a ridosso della Manica, che si chiama Côte d’Opale. È il limitare di terra e acqua, fango e sabbia, deformità umana e splendore naturale nel quale è nato Bruno Dumont, l’autore di questa pellicola che è stata a un passo dal vincere Cannes 2016.

Forse per tutti noi la terra nativa, anzi la nascita stessa è un limitare tra il mistero dell’esistenza e il contrasto tra la bellezza, il tragico, il comico, il grottesco, la bassezza, l’anelito al volo sopra ogni cosa. Un limitare che non separa però gli elementi ma – come in questo tratto di costa – lascia entrare gli elementi – terra, mare, fango, uomo, animale, sole, nubi, miseria, ricchezza – uno nell’altro. Un confine incerto e indecidibile, come quello che passa geneticamente dentro un androgino, un bisessuato, un’ermafrodita. Una frontiera di antagonismo, lotta naturale, sociale, culturale tra inconciliabili diversità.

Il film è ambientato nell’estate del 1910, ad appena qualche anno dal primo grande conflitto e massacro mondiale del 1915-18. Ma Loute, il nome del giovane pescatore e traghettatore, richiama per assonanza il francese ma lutte, ossia: “la mia lotta”. Sugli antagonisti, quelli della disprezzata famiglia nobiliare decadente Peteghem, lui gli sputa con astio e disprezzo dietro. Ogni personaggio entra nella cornice più grande del personaggio-paesaggio, attraverso una sua deformità fisica o fissazione mentale, o entrambe le cose insieme, come dentro un’orchestra dissonante che il direttore – il regista – non solo rinuncia a ricondurre a un’armonia generale ma lascia volentieri che a esprimersi sia proprio il cantar ringhiando d’ognuna delle sue antro-bestie, il sopra le righe, il fuor d’opera d’ognuno dei suoi orchestrali, soprattutto le prime file.

I marmocchi della famiglia Brufort non mangiano solo cozze, nelle loro pentole la mamma mette a bollire anche altro; dalle loro labbra, dal loro mento cola sempre un certo strano sugo rosso. Ma Loute Brufort non usa i remi solo per vogare e nelle reti non mette solo pesci. Il vero mistero non sono però le sparizioni seriali umane per i due flic che a un certo punto appaiono nel film: il grosso grasso Commissario Machin e il suo silenzioso aiutante Malfloy. Come Stanlio e Ollio – dai quali sono scopertamente ricalcati per essere traslati in chiave grottesca – per loro il mistero non può mai essere poliziesco, ma riguarda la stranezza, la paradossalità delle esistenze individuali. Come quella di Billie: che cambia abito, pettinatura, volto, movenze: è fille o garçon, ragazza o ragazza? Il rude ringhiante Ma Loute perché s’innamora a prima vista d’elle-il, lei-lui, perché non può più fare a meno dei suoi baci? La furia degli elementi, il vento della passione sembra travolgere, perdere i due giovani, però è quasi un riscatto per l’umanità-animalità strisciante, rotolante attorno a loro. Così soffia radente la brezza di mare sulle vaste spiagge della costa e i personaggi cominciano a elevarsi dalla loro melmosa meschinità, prendono letteralmente, improvvisamente il volo, come fossero davvero – per rifarsi al titolo di un grande caso letterario italiano – dei Porci con le ali.

La "lutte des classes", lo scontro di classe, antropofago, cannibalesco, sessuale, non cessa ma quasi subisce un arresto, una tregua sulla striscia di sale e sabbia che l’amore ha tracciato lungo quella baia.
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